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Dopo 70 anni, l’opera lirica torna a Varese. È tutta varesina la produzione che metterà in scena il Don Giovanni di Mozart il prossimo 10 marzo al Teatro Openjobmetis di Varese. Red Carpet Teatro e Giorni Dispari Teatro e Teatro Openjobmetis, con il patrocinio del Comune e il sostegno della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate, presentano un’opera corale dove accanto ai professionisti salgono sul palco anche le scuole di Varese.

«Varese ha sempre avuto una grande tradizione lirica: partendo da Verdi e Puccini che nel XIX secolo scelsero proprio il Teatro Sociale di Varese – andato poi abbattuto”

La novità di questa produzione è la sua coralità. Dal liceo musicale statale Manzoni all’artistico Frattini, i ragazzi sono stati coinvolti, misurandosi in quella che è una produzione operistica vera e propria.

Con quasi 200 persone coinvolte nella produzione, il Don Giovanni è quindi un progetto dove non solamente si misura un’intera città, ma dove Varese torna ad essere protagonista. Molti i nomi varesini,  oltre alla regista Nardi e al direttore Bianchi, metà degli interpreti in scena sono di Varese: il soprano Mariachiara Cavinato (Donna Anna), il soprano Margherita Vacante (Zerlina) e il baritono e assistente alla regia Daniele Piscopo (Masetto)

L’opera lirica è un patrimonio culturale italiano che deve essere salvaguardato e fatto conoscere. Per questo, accanto alla messa in scena del Don Giovanni, abbiamo predisposto un percorso di coinvolgimento e formazione appositamente dedicato ai ragazzi. Percorso che sfocerà nel matinèe previsto per il 7 marzo, prima della rappresentazione ufficiale prevista alle 17 di domenica 10», spiega Serena Nardi, regista dell’opera e direttore artistico – insieme a Sarah Collu e Vittorio Bizzi – di Red Carpet Teatro.

NOTE DI REGIA

La regia di questo Don Giovanni non potrà prescindere dal punto di vista inaugurato dalla mia recente messinscena teatrale (Teatro Libero, Milano, maggio 2017) del testo <Don Giovanni ovvero il dissoluto assolto> di Josè Saramago, ultima ed interessante esplorazione attorno a questo controverso e sempre affascinante personaggio.
Perché, da qualche tempo, è cambiato radicalmente il mio modo di approcciare la mitica figura del “Burlador de Sevilla”. O , perlomeno, si è chiarito rispetto a pregiudizi, congetture e convinzioni radicate nel tempo, avallate da interpretazioni critiche sempre più volte a cercare, stanare e punire, in qualsiasi modo, il male rappresentato da questa figura ormai “quasi” mitologica.
A questo proposito, partendo quindi dalla interessante lettura di <Il mito di Don Giovanni> Jean Rousset, e alla luce delle ultime riflessioni, il nostro Don Giovanni vivrà di vita nuova.
Diventerà un’alternativa a ciò che di lui è scolpito sulla pietra.
Forse avrà il coraggio e la forza di disintegrare quella pietra.
Ci racconterà il suo tormento, la sua eccessiva smania di vita, pura e feroce espressione del suo malessere interiore, più che stupirci con il suo supposto cinismo e la spietata determinazione ad affermare la sua potenza sessuale e la capacità seduttiva fine a se stessa.

In un’epoca come la nostra in cui ogni percorso sociale, formativo e relazionale sta lentamente, con fatica ma con coscienza sempre più piena, recuperando una base di riumanizzazione, in cui l’”homo novus” del terzo millennio sta cominciando a guardarsi in faccia senza timore, Don Giovanni diventa un simbolo di riaffermazione umana. Di umanesimo, o umanismo, per stare su un concetto più vicino a noi.
Il suo disagio, il suo “non sertirsi” (o sentirsi troppo), il suo bisogno di eccedere e di vantarsi per aver frantumato regole sociali non acquisite (e, per lui e per sua natura, non acquisibili) e contro le quali scaglia le sue frecce di disprezzo, sono esattamente le nostre.
Di ogni uomo che, attraverso il suo “no” al conformismo, all’accettazione di un modello non condiviso , al compiacere gli altri, riafferma il famoso e assoluto “no” di Don Giovanni al Commendatore di fronte alla richiesta di pentimento.
Don Giovanni è imprigionato dentro di noi. Noi tutti siamo imprigionati in Don Giovanni.
Attraverso di lui scopriamo il nostro volto, le nostre macerie, il nostro fango, le nostre stelle. E scoprirlo, riconoscerlo è il primo passo verso la guarigione dalla “malattia dell’anima”.

L’allestimento scenico verrà ideato secondo una poetica che guarda alla metafisica, (per alcuni aspetti ispirandosi al movimento artistico della Metafisica pittorica e architettonica), ipotizza uno spazio che vive ”oltre la realtà sensoriale”, restituisce un tempo immobile e sempre identico a se stesso e presenta i personaggi come una sorta di “replicanti” di un modelli umani e relazionali che si ripetono all’infinito nella loro fallibilità e miserabilità, con poche trascurabili variabili.
Una scenografia che riproduce, nel primo atto, un labirinto metafisico, artificiale, di moduli componibili che riproducono siepi tridimensionali nella forma, ma bidimensionali nell’ aspetto decorativo esteriore (metafora del labirinto delle loro singole menti, nel quale i personaggi sono tenuti prigionieri, o forse solo ostaggi di se stessi) che, nel secondo atto, si trasforma in un labirinto di specchi, in cui, contemporaneamente, personaggi e pubblico possano guardarsi ( ma anche non vedersi, occultarsi e inseguirsi fino a perdersi) permette alla vicenda del “dissoluto” di frantumarsi, riprodursi all’infinito in un gioco meccanico di immagini non più controllabili, per riflettersi inevitabilmente e continuamente in se’ stessa.
E invita, per non dire “obbliga”, il pubblico a specchiarsi nel mito, a entrare nella giostra mentale e fisica di questo “dramma giocoso”, come enuncia il frontespizio del libretto, a guardarsi con gli occhi di Don Giovanni e degli altri personaggi della storia, intanto che si guarda con i suoi.
Per scoprire che, forse, i personaggi dell’opera, non fanno che riprodurre tipi umani universalmente riconoscibili, che siamo tutti “replicanti” di questa storia che si ripete sempre uguale ma sempre diversa.
Che anche noi, nel momento in cui assistiamo al “dramma sacrificale del mito”, elevato a capro espiatorio per eccellenza di tutte le nefandezze umane, possiamo provare ad “assolvere e autoassolverci”.

Serena Nardi


NOTE MUSICALI

Dopo un secolo che ha visto tutto e il contrario di tutto, sembra quasi impossibile riuscire a stupire oggi, con le armi del classicismo. In musica in particolare, una certa istintualità vacua, o peggio una logora emulazione del “già sentito” sembrano essere le regole sottese alle interpretazioni musicali.
Di maggiore interesse sono invero le letture “filologiche”, che hanno il pregio sicuro di una riscoperta tecnica ed estetica, ma perdono spesso il “senso” del tutto musicale in favore di una attenzione specifica sulla prassi esecutiva di singole cellule o incisi musicali.
Sono questi i primi e superficiali quesiti che ci siamo trovati a dover affrontare pensando a una lettura musicale del Don Giovanni di Mozart: ovvero una domanda di “Senso”. Per definizione il “senso” musicale si accompagna alla domanda di Unitarietà musicale: la differenza fra interpretazione e improvvisazione sta nella esigenza ineludibile che l’interpretazione chiede nel mettere in relazione l’antecedente con il conseguente per formare la “parte” in relazione al “tutto”.

La forza espressiva ed immortale di Mozart crediamo che stia nella capacità unica di tenere insieme perfettamente i due opposti. Interpretazione e improvvisazione, apollineo e dionisiaco sono nella Musica di Mozart i poli opposti dello stesso magnete, come un bivio per raggiungere la medesima meta.
Don Giovanni è l’esempio perfetto per dimostrare la co-essenza di questo dualismo essendo il “dramma giocoso” per eccellenza. Tenendo fede alla convinzione che il Metodo sia dato dall’Oggetto, noi vorremmo “interpretare” il don Giovanni: fra tutte le Opere di Mozart indubbiamente il dionisiaco si trova più che mai in rilievo nel tessuto drammaturgico e per convesso vorremmo “interpretare” il testo musicale in senso quasi fenomenologico. Rispettare la sintassi, orientare ogni ripetizione dare unitarietà ai tempi, alla metrica e alle articolazioni. Tutto questo può apparire retorico, ma che effetto farebbe staccare il tempo di Andante in C tagliato dell’introduzione con lo stesso tempo dell’ “Uom di Sasso” del Finale? Che effetto farebbe lo staccato articolato su note corte eseguito come il segno di “staccato” che (per la prima volta nel don Giovanni) Mozart segnala su note lunghe di due quarti?
Esempi, dettagli… Parti. Che noi vogliamo mettere in relazione al Tutto, convinti che l’operazione più rivoluzionaria in questo caso sia perseguire con meticolosa cura l’apollineo, come mezzo per far esplodere naturalmente dionisiaco. Originalità o Originarietà?

Riccardo Bianchi

Domenica 10 marzo, ore 17 – Teatro Openjobmetis Varese

Red Carpet Teatro e Giorni Dispari Teatro, in collaborazione con Teatro Openjobmetis, presentano:
DON GIOVANNI di W. A. MOZART
Dramma giocoso in due atti su libretto di L. Da Ponte

Personaggi e Interpreti:
Don Giovanni – Federico Cavarzan
Leporello – Diego Savini
Donna Elvira – Eva Corbetta
Donna Anna – Mariachiara Cavinato
Il Commendatore – Jesus Alberto Noguera Crespo
Don Ottavio – Schinichiro Kawasaki
Masetto – Daniele Piscopo
Zerlina – Margherita Vacante

Orchestra OSM Città di Varese
Direttore: Riccardo Bianchi
Regia: Serena Nardi

Coro del liceo musicale “A. Manzoni” di Varese
Maestro del coro: Andrea Motta
Preparatore cantanti coro: Massimiliano Broglia

Scene: Maria Paola Di Francesco
Costumi: Officine Red Carpet
Assistente alla scene e ai costumi: Debora Palmieri
Luci: Manuel Frenda
Assistente alla regia: Daniele Piscopo
Direttore di scena: Sara Vailati
Maestro accompagnatore di sala: Andrés Jesùs Gallucci
Maestro collaboratore di palcoscenico: Alessandro Cerea
Responsabile sartoria, trucco e parrucco: Marta Regazzoni
Trucco e parrucco: classi terze corso di acconciatura e trucco CFP, agenzia formativa Provincia di Varese

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